Come riconoscere e prevenire un attacco ipoglicemico

Come riconoscere e prevenire un attacco ipoglicemico

Sappiamo molto bene anche che nel nostro organismo è l’equilibrio che determina lo stato di benessere. L’eccesso o il difetto di un nutriente o di un ormone piuttosto che di un altro possono invece creare disturbi più o meno seri.

Nel caso del controllo degli zuccheri, se è vero che bisogna temere l’iperglicemia per evitare di incorrere nel diabete, è altrettanto vero che l’altro lato della medaglia, ovvero l’ipoglicemia, non è da considerarsi condizione innocua.

I sintomi dell’ipoglicemia, infatti, possono essere molto gravi. Cerchiamo di capirne di più.

I valori di riferimento della glicemia

A digiuno, la glicemia di un soggetto sano deve rientrare in un range di valori compreso tra 60 e 110 mg/dl. Dopo i pasti, questo intervallo può spostarsi tra 130-150 mg/dl, a seconda della quantità di carboidrati (zuccheri) ingeriti durante il pasto.

Generalmente, per quanto abbondanti siano stati il pranzo o la cena, la glicemia non dovrebbe mai superare i 140 mg/dl. In condizioni di digiuno, a prescindere dalla durata del digiuno stesso, la glicemia di una persona non diabetica non scende mai al di sotto dei 55-60mg/dl. Questo è, infatti, un intervallo limite, al di sotto del quale è possibile incorrere in complicazioni e disturbi di genere e durata variabili.

Quali sono i sintomi dell’ipoglicemia

Quando i valori della glicemia scendono al di sotto dei limiti, provocando l’ipoglicemia, è possibile avvertire sintomi quali:

  • Sudorazione fredda
  • Tremori
  • Senso di fame
  • Tachicardia
  • Palpitazioni
  • Perdita di coscienza, convulsioni e coma

Il metabolismo del cervello dipende dal glucosio e, quando questo scende oltre la soglia, è dal cervello che parte il segnale di allarme. Ai primi sintomi, è importante intervenire immediatamente con l’assunzione di zucchero, per evitare la comparsa di una sintomatologia che designa una maggiore gravità delle condizioni.

Infatti, quando l’ipoglicemia diventa severa, la sofferenza cerebrale si esprime attraverso l’alterazione dello stato di coscienza, la perdita della lucidità e della capacità di reazione. In questi casi il soggetto non è più in grado di assumere zuccheri autonomamente ed è indispensabile l’intervento di terzi per la somministrazione di glucosio, carboidrati o glucagone.

Se, dunque, si riscontrano valori sotto la soglia di riferimento, è importante assumere carboidrati o zuccheri per consentire di alzare dei valori di glucosio. Inoltre, è sempre bene interrompere l’esercizio fisico che si sta svolgendo e fermarsi se si è alla guida di un veicolo.

Attenzione alla perdita di sensibilità all’ipoglicemia

Quando un individuo va incontro con particolare frequenza a episodi ipoglicemici anche lievi, il corpo diventa “assuefatto” e il cervello “impara” a utilizzare livelli inferiori di zuccheri, impedendo l’attivazione del sistema adrenergico e, di conseguenza, la comparsa dei sintomi dell’ipoglicemia.

Si tratta della sindrome della “perdita della sensibilità all’ipoglicemia“, dovuta a una diminuzione della risposta adrenergica e della secrezione di glucagone e di adrenalina, che rende i pazienti meno sensibili a valori bassi di glicemia esponendoli al rischio di una drastica riduzione ma senza nessun tipo di segnale.

In questi casi, l’ipoglicemia si manifesta quando i livelli di zucchero sono già critici. I segni, in queste condizioni, sono molto gravi: si può andare incontro alla neuroglicopenia, ossia alla sofferenza del sistema nervoso centrale, causata dalla carenza di glucosio, che si manifesta con confusione mentale.

Quando i pazienti sono diabetici

I pazienti a maggior rischio di ipoglicemia sono quelli affetti da diabete di tipo 1. L’ipoglicemia nei pazienti con diabete è, spesso, dovuta alla terapia insulinica e ai farmaci che stimolano la secrezione di questo ormone. I farmaci impiegati nella terapia del diabete di tipo 2, invece, non hanno un effetto ipoglicemizzante diretto.

Paradossalmente, le crisi ipoglicemiche sono più probabili nel diabete di tipo 1 rispetto al diabete di tipo 2 ma, considerando che il secondo ha una maggiore frequenza rispetto al primo, la maggior parte dei casi di ipoglicemia, compresi quelli più gravi, interessano pazienti con diabete di tipo 2.

Quando l’ipoglicemia è un fatto sporadico, non è sempre possibile prevenire o essere in grado di riconoscerne i segnali di allarme, soprattutto per mancanza di esperienza. È però importante educare i pazienti affetti da diabete all’eventualità di crisi ipoglicemiche: i farmaci assunti li espongono, infatti, a questo rischio. Imparare a bilanciare l’effetto dell’insulina con una quantità adeguata di carboidrati ingeriti è assolutamente fondamentale.

Partendo dal presupposto che una unità di insulina è in grado di metabolizzare da 10 a 15 grammi di glucosio, bisognerebbe, almeno in linea di massima, riconoscere il contenuto di carboidrati dei vari alimenti per poter sommariamente rendersi conto della dose più idonea di insulina da somministrare ogni volta.

Esistono sistemi di registrazione perpetua della glicemia attraverso l’utilizzo di un sensore sottocutaneo. In questo modo si rende possibile il monitoraggio continuo dei livelli di glicemia, utile per valutare eventuali oscillazioni glicemiche giornaliere e, quindi, modificare in maniera opportuna la terapia.

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