Fiato corto e mani che sudano: due sintomi di…?

Pubblicato il 12/04/2017
Fiato corto e mani che sudano: due sintomi di…? | Pazienti.it


Dr. Renato Vignati, specialista in psicologia. 


L’ansia si manifesta in tanti modi ed è sempre un campanello d’allarme per segnalarci qualcosa che non va.

Abbiamo chiesto al dr. Renato Vignati, psicologo, di parlarci di questo disturbo, di come combatterlo e vivere più serenamente.

Fiato corto e mani che sudano: sono sintomi di…?

Nella vita quotidiana, è abbastanza comune provare ansia, insieme ad altre manifestazioni somatiche e comportamentali, di fronte a particolari situazioni alle quali non si è preparati, percepite con vaghe sensazioni di tensione o di inquietudine.

Se si escludono per un attimo le sintomatologie e i segnali che riconducono a disturbi di varia natura ed entità, quali ad es. i disturbi cardiocircolatori, l’angina, le anemie, l’asma o l’infarto, e restringendo il campo solo alle problematiche di natura psicologica, è possibile ipotizzare che il respiro corto (dispnea) e il sudore delle mani, a volte seguito dalla sudorazione generale del corpo (iperidrosi), derivino da circostanze che provocano emozioni ricollegabili all’ansia, oppure a un vero e proprio attacco di panico, quando l’ansia si fa più intensa, o perfino all’angoscia, quando il conflitto interiore diventa ancor più oppressivo.

Come stato emozionale, l’ansia può manifestarsi implicando sintomi variegati, quali palpitazione, tremori, sudorazione, malessere gastrointestinale, tensione muscolare, arrossamento del viso, confusione. Le reazioni comportamentali, invece, sono principalmente di evitamento, o di “lotta o fuga”; esiste tensione e irrequietezza, soprattutto si è pronti a scappare o a ritirarsi in modo da ridurre lo stato di allarme e per ristabilire l’equilibrio precedente.

Psicologicamente, l’ansia diventa la sensazione di qualcosa che ci prende e ci stringe, quel disagio che ci avviluppa e impone un senso di incertezza e preoccupazione riguardo a quanto potrà accaderci. La tensione apprensiva, e l’irrequietezza mista alla paura, comunque, sono immotivate, non esistendo pericoli realmente giustificati ma solo la loro anticipazione o previsione nel pensiero. Tale inquadramento è comprovato dalle ricerche sul cervello realizzate dal neuroscienziato Joseph Le Doux, che descrive l’ansia come una “minaccia indefinita” proveniente da un’aspettativa mentale, che difficilmente potrà concretizzarsi.

L’ansia, in ogni caso, come stato complesso si presenta in varie forme e consistenze, legandosi a specifici fattori, come può accadere per lo stress, provocato da particolari condizioni. Occorre riconoscere che a un basso livello può essere motivante e consentire prestazioni significative, funzionando da attivazione dell’organismo; mentre, a un alto livello costituisce un pesante ostacolo, impedendo o limitando le capacità del soggetto. In occasione di prove particolarmente impegnative, come gli esami scolastici o di prestazioni di lavoro, l’ansia può creare molteplici difficoltà e alimentare la paura di non riuscire, di non sapere, di non essersi preparati adeguatamente.

Generalmente, non è facile differenziare e separare nettamente lo stato di ansietà, come vissuto penoso associato a un atteggiamento di spiacevole attesa di un avvenimento imprevisto, dalle emozioni di paura e di angoscia, più invasive. L’attesa angosciosa, ad esempio, emerge nei vissuti dei personaggi descritti da Franz Kafka nei suoi romanzi, quali “Il Processo” (1925) o “Il castello” (1926). La stessa condizione umana, pervasa di frustrazione e alienazione, si ritrova in Aspettando Godot (1952) di Samuel Beckett, dove le diverse figure provano un senso di impotenza e di fallimento nel giustificare l’esistenza e nel tentare di decifrarne gli enigmi.

Indubbiamente, anche la filmografia di Alfred Hitchcock comprende film ad alto contenuto ansiogeno, da La finestra sul cortile (1954), Il delitto perfetto (1954), La donna che visse due volte (1958), a Intrigo internazionale (1959), a Psyco (1960) e Gli uccelli (1963). La dimostrazione della carica di tensione contenuta nei film, proviene dai risultati ottenuti da Adrian Owen, neuroscienziato della University of Western Ontario (Canada), che utilizza la visione dei film con pazienti in coma per stimolarne l’attività cerebrale e la sensorialità, apparentemente spenta nella condizione di stato vegetativo in cui versano.

Rispetto al panico, nel mio lavoro clinico, le persone raccontano di qualcosa che accade improvvisamente, senza alcun motivo particolare o apparente, e di avvertire una paura intensa di perdere il controllo, di poter impazzire, perfino di morire, una paura accompagnata da sensazioni di soffocamento, palpitazioni e fastidio al petto, sudorazione e senso di nausea, insieme a vertigini e tremori, brividi o vampate di calore.

Nessun timore, è solo un attacco di panico! In fondo, una persona su tre ha conosciuto almeno una volta nella vita la sensazione di panico. La crisi di solito ha una durata di alcuni minuti (sebbene interminabili) durante i quali le manifestazioni di malessere e angoscia si intensificano fino a raggiungere il più alto livello, per poi diminuire gradatamente e ripristinare una condizione di normalità (l’ansia può tuttavia permanere). Ma se tali episodi acuti di panico sono ricorrenti e causano per lunghi periodi una tensione prolungata, insieme alla preoccupazione incessante di avere altri attacchi (ansia anticipatoria), o producono alterazioni permanenti del comportamento (ad es. evitare luoghi e situazioni in cui si sono manifestati precedenti attacchi), comportando anche profondi disagi (paura della paura), allora è necessario prestare attenzione a quanto sta accadendo e possibilmente chiedere l’aiuto dello specialista. Il rischio è che tutto diventi ancora più problematico, come può esserlo lo sviluppo di un’agorafobia (paura degli spazi aperti).

Il disagio può quindi assumere una determinata rilevanza in campo clinico e diagnostico. Il Manuale Diagnostico-Statistico edito dall’American Psychiatric Association nella sua ultima versione (DSM–V, 2013), nel tentativo di classificare tutti i principali e possibili disturbi mentali, fa riferimento alle diverse manifestazioni dell’ansia, quali il disturbo d’ansia da separazione; l’ansia sociale; l’ansia generalizzata; il mutismo selettivo; il disturbo di panico; ecc.

L’ansia è causata da quali fattori?

Prendendo in esame le dinamiche dell’ansia da prestazione, si riscontra quanto la sua azione inibente interferisca con i processi mentali, in particolare con quelli dell’attenzione e della memoria, così come avviene anche nelle interazioni sessuali e nelle relative disfunzioni che può provocare. Il soggetto rimette in discussione le abilità di cui è dotato, fino ad ignorarle, avvertendo sentimenti pervasivi di vulnerabilità ed inadeguatezza. La distorsione cognitiva nei riguardi della situazione esterna, percepita come minacciosa, e della condizione interiore, rappresentata dal soggetto come incongrua, produce nel pensiero una sorta di profezia negativa che si autorealizza. Emergono anche idee irrazionali (ad es. previsioni catastrofiche, come la riduzione della stima da parte delle figure significative e un giudizio sociale avverso).

Rispetto alle cause più remote di tali disturbi provocati dall’ansia, si sono individuati possibili eventi traumatici subiti nell’infanzia (perdita di un genitore, abbandono da parte di figure significative, bruschi cambiamenti ambientali, ospedalizzazioni, molestie sessuali); oppure, modelli familiari (bambini educati da genitori ansiosi o evitanti o di carenze patologiche nelle cure); un particolare stato fisico del soggetto (ad es. aver sofferto di insonnia, o manifestare reazioni organiche continue e debilitanti come il vomito o il mal di testa…); specifiche caratteristiche della situazione interpersonale (singolari atteggiamenti delle persone che attivano cognizioni ed emozioni di tipo ansioso), o di peculiari situazioni da affrontare (esasperazione dell’importanza attribuita al contesto, difficoltà oggettive, particolarità ambientali).

Il Disturbo di Panico rappresenta una sindrome ansiosa che si evidenzia solitamente tra i 15 e i 35 anni e colpisce entrambi i sessi, con prevalenza quello femminile. Secondo alcuni studiosi, alla base del disturbo sembra esistere una predisposizione genetica e quindi una sorta di familiarità per tale problematica, invece per altri ricercatori le emozioni di panico sono causate dai flussi psicologici interni del pensiero, probabilmente relativi a eventi del passato particolarmente stressanti ma vissuti con un atteggiamento di sottovalutazione delle conseguenze.

Lo stile di pensiero, orientato al pessimismo o viceversa all’ottimismo, ha una notevole incidenza nel provocare vissuti ansiogeni o angosciosi. In numerosi soggetti, la tensione è prodotta dalle cognizioni e dalle fantasie quindi di potersi trovare in situazioni pericolose o drammatiche, fino al punto di provare la paura di svenire e di avere un arresto cardiaco e di poter morire.

Nella crisi di panico appare preclusa ogni possibilità di affrontare o di fuggire l’evento minaccioso, e si è come intrappolati, soli e impotenti. Questi ultimi aspetti hanno indotto alcuni studiosi del fenomeno ad avvicinare tale disturbo a quello d’Ansia di Separazione in età evolutiva, caratterizzato dal profondo senso di solitudine, paura e anche terrore di essere abbandonato dalle figure di attaccamento. L’assenza, anche temporanea, della figura affettivamente significativa, produce nel bambino un senso di disperazione e di forte disgregazione, equivalente nel soggetto con DP alla profonda angoscia di perdere il controllo di sé e di sentire la morte imminente.

Una singolare figura di studioso della condizione umana, Luigi De Marchi, ha indagato in particolare il vissuto di angoscia, scoprendo nelle sue originali ricerche psicologiche quanto le radici dell’emozione devastante dell’angoscia siano da individuare nell’impatto provocato dallo shock esistenziale primario nell’uomo, conseguente alla presa di coscienza del destino di morte e della reazione di paura di fronte al morire. Nel mio testo “Lo sguardo sulla persona” (LibreriaUniversitaria.it, 2016), in un capitolo dedicato alla sua opera innovativa, ne sottolineo il contributo fondamentale per la costruzione di una nuova teoria della cultura e della nevrosi che prende origine dalla vasta rimozione della morte, operata dalla massima parte della psicologia e della psichiatria, compresi autori come Freud e Reich. Ne Lo shock primario (2002), De Marchi descrive come le scienze umane hanno sempre riservato scarsa attenzione a questa “marea di angoscia, panico e disperazione che ha allagato la psiche umana quando questa ha preso coscienza della morte e ha acquisito la sua tipica e tragica capacità d’intuire il proprio destino d’annientamento, d’immaginare e aspettare la propria morte in salute e in malattia, di sospettarne in ogni istante l’imminenza, di partecipare dolorosamente all’agonia e alla morte delle persone amate, e di ripetere questa quotidiana silenziosa tortura nella memoria, nel lutto e nella previsione ansiosa”.

Come combattere le crisi di ansia?

Si può trasformare l’ansia in una forza? È possibile quando si arriva a regolare adeguatamente le emozioni (è indispensabile la consapevolezza delle proprie paure, favorita dall’intelligenza emotiva) e a mantenere a un basso livello le tensioni perché possano costituire l’impulso positivo all’azione costruttiva. Invece, per il soggetto sottoposto a gravi limitazioni del benessere personale e della libertà di azione, causate dall’ansia, dal panico o dall’angoscia, può costituire una possibile via d’uscita l’intervento psicoterapeutico rivolto alle cause psicologiche, anche integrato dalla terapia farmacologica per situazioni più severe.

Per affrontare schemi di pensiero negativi e, per così dire, super-ostinati che sostengono gli attacchi, sono comunque adottabili particolari strategie o metodi cognitivi che consentono una ristrutturazione dei modi abituali di pensare, in direzione dell’ottimismo. La psicologia positiva, uno degli approcci umanistici più significativi, si fonda sulla convinzione che è possibile costruire e coltivare dentro di sé le qualità positive, per migliorare le esperienze affettive e anche professionali, sentirsi bene e affrontare in modo ottimale le situazioni, anche quelle più difficili, che la vita può presentare.

Emozioni quali la gioia, la gratitudine e la compassione, in particolar modo l’ottimismo e il senso di ‘leggerezza’, possono ampliare gli orizzonti della nostra mente e procurare benessere e felicità. Gli studi iniziati da Martin Seligman (1990), insieme ad altre successive ricerche, segnalano che gli ottimisti si ammalano di meno, vivono più a lungo, hanno una vita di relazione più ricca e più successo nella vita.

Per controllare le crisi d’ansia o di panico, oltre all’educazione emozionale, si possono impiegare semplici tecniche basate essenzialmente sulla corretta respirazione e sul rilassamento, come può essere lo yoga o la meditazione, utili nelle situazioni particolarmente stressogene. Anche l’immaginazione può essere utilizzata mediante tecniche di visualizzazione positiva. Tutto, o quasi, può essere valido per arrivare a normalizzare e, per così dire, “decatastrofizzare” la condizione soggettiva e la visione negativa del futuro.

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